Monte Omu: una montagna ormai distrutta e seviziata dai piromani

17

Gian Paolo Madau (nella foto), Ispettore Superiore del Corpo Forestale e comandante della Stazione di Guspini, nonché villacidrese e profondo conoscitore del territorio, in questo articolo ci illustra la sua analisi tecnica sul rimboschimento di Monte Omu.

Leggendo il recente articolo “Villacidro. Panorama da sogno”, pubblicato su questo Blog, ho fatto alcune riflessioni su Monte Omo e sul rimboschimento effettuato dall’Ente Foreste e tutt’ora non ancora ultimato.

All’indomani degli incendi che hanno distrutto il nostro belvedere, sia nel 2004 che nel 2007, e quello recente del 2010, la messa a dimora delle nuove piantine ha fatto molto discutere, soprattutto sulle specie utilizzate: conifere e latifoglie.

A mio parere l’utilizzo delle due specie in consociazione è una scelta appropriata, e dirò perché.

Purtroppo gli incendi non sono un problema che ci feriscono quando vediamo le fiamme che divorano i boschi, ma rappresentano una sofferenza lenta e continua in quanto gli effetti di questo disastro ecologico-paesaggistico-ambientale si vedono e si vedranno ancora per moltissimi anni. I danni cagionati dagli incendi boschivi sono incalcolabili, perché le fiamme non distruggono solo la massa legnosa presente e il lavoro di ripristino dello stato dei luoghi con i rimboschimenti – questi sono calcolabili -, ma causano un danno ambientale e paesaggistico impossibile da quantificare.

incendio_villacidro_monte-omu_120823_0367

Dopo l’incendio, magari superata l’estate e con l’arrivo delle piogge, dell’inverno e delle successive stagioni, vorremmo che tutto fosse come prima, che l’incendio non fosse mai arrivato a tale distruzione, e ci dibattiamo in mille teorie per ripristinare lo stato dei luoghi originario ragionando non in termini della “Natura”, ma secondo il nostro punto di vista. Insomma vorremmo che tutto fosse ripristinato in un batter d’occhio.

Ricordiamoci che la natura ha i suoi tempi che per ovvie ragioni non corrispondono a quelli umani. Un essere umano vive mediamente 75-80 anni con punte di 100, un albero può arrivare oltre il millennio (vedasi S. Sisinnio).

Ed allora dobbiamo ragionare in questi termini e proiettare l’attenzione in un futuro non immediato ma a lunga scadenza. In definitiva dobbiamo puntare l’attenzione su quello che sarà il nostro risultato finale, non ad impianto ultimato; non dopo 5-10-20 anni, ma ad impianto affermato, e questo può avvenire dopo diversi decenni. E’ da tenere presente che i primi impianti della nostra pineta risalgono a fine ottocento, quindi con un’età di circa 120 anni.

 

“Per fare un bosco occorrono 70/100-120 anni – per distruggerlo basta un’ora”, non è retorica ma un problema sempre attuale che noi villacidresi abbiamo sperimentato di recente sulla nostra pelle.

Ed allora non spendiamo energie più del necessario per dimenarci e disquisire se è giusto impiantare conifere o latifoglie, questo non è assolutamente un problema, ma puntiamo l’attenzione sulla prevenzione degli incendi perché questo è il vero problema. Sono gli incendi che distruggono i nostri boschi, i rimboschimenti e il nostro ambiente. Ed ecco l’esigenza e la necessità di prevenirli. L’attività di prevenzione, quella educativa, trova terreno fertile soprattutto sui bambini, ragazzi e giovani, perché questi sono il futuro e a loro è affidato il compito della tutela e conservazione del nostro ambiente. La scuola fa già molto in tal senso, ma deve fare di più su ogni ordine e grado di istruzione. Anche le istituzioni, a tutti i livelli, per le rispettive competenze, sia in termini di “educazione” che di “azioni concrete”, devono lavorare proficuamente sulla prevenzione degli incendi, non solo d’estate, ma nel corso di tutto l’anno.

Ma tornando ai rimboschimenti, sono dell’opinione che gli impianti devono essere di specie miste, latifoglie e conifere, in quanto tecnicamente è una scelta appropriata e giusta poiché la conifera essendo una specie frugale e preparatoria per una specie più nobile, quale il leccio o la sughera, consente a queste ultime di affermarsi.

Le conifere sono specie di facile e rapido accrescimento, offrono indubbiamente un brillante aspetto paesaggistico, ma non arricchiscono il terreno, anzi spesso lo impoveriscono.

Mentre con le latifoglie, particolarmente il leccio e la sughera, avviene l’esatto contrario. Da qui l’esigenza di utilizzare le due specie in consociazione.

Nel caso specifico di Monte Omo, le specie utilizzate sono appunto conifere e latifoglie ma col tempo prevarranno le prime e in futuro le seconde.

I risultati di un rimboschimento non si vedono nell’immediato ma spesso occorre attendere 50/100-120 anni per vederli concretamente.

Quando diciamo che la latifoglia soppianta la conifera non dobbiamo immaginarci una “fagocitosi”, cioè il leccio o la sughera che divora il pino, ma un processo lungo e graduale nel tempo, spesso quantificato anche nell’ordine di un secolo e più. Allora non stupiamoci se piantumiamo pini e lecci in consociazione in quanto le due specie convivranno molto a lungo senza disturbarsi, anzi beneficiando l’una dell’altra. Dopo che la specie dominante, in questo caso il leccio, che oltretutto è presente in misura inferiore nella cintura villacidrese, sarà in fase “climax”, vedremo che prenderà il sopravvento, ma ripeto questo avverrà in tempi molto lunghi. Per intenderci faccio un esempio di un rimboschimento “tipo”, che potrebbe corrispondere a quello di “Monte Omo”, indicando le varie fasi dinamiche di evoluzione:

Dopo 5-6 anni dall’impianto, mediamente potremmo avere questa situazione: pino h. mt. 1 – 1,5 circa – leccio h. mt. 0,25 – 0,40 circa

Dopo 10 anni: pino h. mt. 2 – 2,5 circa – leccio h. mt. 0,80 – 1 circa

Dopo 20 anni: pino altezza mt. 6 – 8 circa – leccio altezza mt. 2 – 3 metri

Dopo 50 anni: pino altezza mt. 10 – 12 circa – leccio altezza mt. 8 – 10 circa

Dopo 100-120 anni: pino altezza mt. 11 – 13 circa – leccio altezza mt. 10 – 12 circa

Quando si parla di rimboschimento in genere si intende un impianto coetaneo, mentre il nostro Monte Omo è disetaneo, in quanto è già il terzo anno consecutivo che si effettuano i risarcimenti delle fallanze e la sostituzione delle piantine bruciate nel 2010.

Ovviamente questi parametri sono orientativi in quanto non esistono dati standard poiché lo sviluppo di una specie avviene in funzione di numerosi fattori, quali ad esempio: il sesto d’impianto, il clima della stazione, la lavorazione del terreno, l’irraggiamento solare, i venti dominanti, l’esposizione, il tipo e la consistenza del suolo, la pendenza, la quota, la manutenzione e la gestione dell’impianto, ecc. Inoltre, appare superfluo precisare che l’elemento che compromette l’impianto è l’incendio, così come è avvenuto nell’estate del 2010 che ha distrutto gran parte delle nuove piantine messe a dimora nella primavera precedente.

Tali parametri non sono per niente teorici e sono elaborati in base all’esperienza, alle conoscenze tecniche ma soprattutto ai riscontri e rilievi effettuati sugli innumerevoli impianti presenti in Sardegna. Da questi dati emergono diversi aspetti interessanti che si ricollegano all’argomento in parola e che, a mio avviso, potrebbero tranquillizzare gli amanti del “pino”, me compreso:

Dopo i primi anni di vita vediamo che tra le due specie c’è una sostanziale differenza di sviluppo a tutto vantaggio della conifera che però diminuisce progressivamente fino all’età di 20 anni circa, ovviamente la crescita non è rilevata solo in altezza ma anche in base alla sezione del fusto e alla consistenza della chioma;

Dai 20 fino ai 50 la diminuzione è ancora progressiva fino ad azzerarsi e la crescita soprattutto della latifoglia è lentissima;

da 50 fino ai 100 e oltre il pino quasi si ferma mentre la latifoglia continua a crescere ma lentissimamente. Da questo punto in poi, tecnicamente definita fase “climax”, avviene l’inversione, cioè la latifoglia tenderà a soppiantare la conifera. L’area di insidenza, cioè l’area relativa alla proiezione delle chiome sul terreno, tenderà sempre ad aumentare, le piante tenderanno a toccarsi con le chiome e formare una copertura uniforme fino a soffocare il pino. Questa è la vera fase di prevaricazione del leccio sul pino.

Espresso in termini pratici questo risultato finale potrebbe avvenire intorno al 2111-2120. Questo cosa significa? Ovviamente salvo incendi, fra 10-15 anni potremmo già vedere la nostra pineta; fra 20-25 potremmo vedere una crescita apprezzabile; fra 50-60 potremmo camminarci sotto; fra 100-120 incominceremo a vedere prevalentemente una lecceta frammista a sughera.

Oltre i rimboschimenti vi sono le “rinnovazioni naturali”, ovviamente laddove insiste la vocazione, dove i boschi si affermano autonomamente e più rapidamente, come il caso del versante nord di Cuccureddu, fronte M.Omo – foto sopra. Su questa parcella, non molto vasta, si sta verificando un fenomeno naturale che probabilmente molti non hanno notato: una miriade di ceppaie di leccio e sughera stanno colonizzando il versante percorso da incendio nel 2007. Questo non è un caso ma è strettamente legato al discorso di questa intera analisi. In definitiva l’incendio ha anticipato i tempi (lunghi) di conversione del bosco da pineta a bosco di leccio e sughera in consociazione. Su questa parcella prima dell’incendio dominava il pino, mentre il leccio e la sughera erano sottomessi, benché diffusamente presenti.

BOSCHI DELLA SARDEGNA: Conifere
http://www.montelinas.it/florasarda/403-boschi-conifere.htm

BOSCHI DELLA SARDEGNA: Boschi Misti
http://www.montelinas.it/florasarda/404-boschi-misti.htm

Gian Paolo Madau

Villacidro.info – 20 ottobre 2011

 

17 COMMENTI

  1. Qualche giorno fa ho effettuato una camminata sui monti che abbracciano Villacidro: una desolazione fatta di ferite d’incendi, piante bruciate mai bonificate, abbandono del territorio. Una tristezza immensa. Un territorio stupendo, un paesaggio meraviglioso, un bosco che sarebbe oggetto di invidia completamete abbandonato dai politici, dal Corpo Forestale, dall’indifferenza di tutti. Una ferita al cuore e alla cultura di chi sa chi mise su la pineta andando a innaffiare le piantine con la brocca dell’acqua, quando il lavoro aveva un senso e una rispettabilità. Invece poticanti del cucco dissero qualche tempo fa di aver stanziato 300 mila euro per rimboschire Monti Omu. Chiacchiere, solo chiacchuere…

  2. Interessantissimo articolo. Ho solo un’osservazione: è vero che la prevenzione incendi è fondamentale e non se ne fa mai abbastanza, però dato il livello di desertificazione progressiva della nostra regione (e non solo) ed il conseguente inaridimento dei terreni, le campagne preventive degli incendi dovrebbero sempre più essere accompagnate dalla promozione di campagne di piantumazione pubblica e privata, specialmente nelle zone a maggior rischio idrogeologico.

  3. ringrazio Giampaolo Madau per la sua analisi e il contributo affinchè tutti i villacidresi (almeno quellli che leggono il blog che possono a loro volta far conoscere l’articolo) abbiano una base scientifica reale sulla quale parlare dei rimboschimenti e della gestione della pineta rimasta. Concordo pienamente sul fatto che la prevenzione è la prima opera di rimboschimento e tutela:si dovrebbe finalmente aprire un confronto serio, una conferenza di servizi che coinvolga i cittadini in primo luogo, poichè sono loro i reali padroni del bene pineta, boschi e montagne.
    Voglio però dissentire sul fatto che si debba aspettare che i lecci o altre latifoglie nostrane in tempi naturali e lunghi debbano soppiantare le conifere. Io credo che sia compito nostro rimboschire coi criteri esposti, ma si debba anche “guidare” la crescita del rimboschimento, intervenendo coi tagli delle conifere quando ormai le latifoglie si sono affermate. Questo per evitare una inutile concorrenza tra le varie specie e riportare così il bosco al suo aspetto originario e alla sua funzione originaria: protezione delle pendenze e loro rafforzamento, luogo produttivo per il bestiame da allevamento e per quello selvatico,cintura ossigenante e disinquinante per tutto l’abitato, fonte di legname per i cittadini.
    La pineta è stata impiantata a fine ottocento con sesti di impianto ravvicinati, per garantire una rapida copertura del terreno in seguito a tagli e sfruttamento da rapina, ma non è stato mai “governato”. Non un diradamento guidato e razionale, non un controllo fitosanitario, non una verifica dello stato del sottobosco che poi diventa veramente bosco….
    Aggiungo che la posizione della pineta è già di per sè un potenziale giardino, orto botanico, luogo per escursioni e percorsi naturalistici, svago e sport. Ma tutto questo a mio parere non è di competenza dell’ente foreste e deve tornare in mano ai villacidresi.
    Purtroppo per noi scelte scriteriate hanno in questi anni devoluto all’ente foreste un bene pubblico, cui i cittadini potevano accedere e su cui far valere i diritti degli usi civici, per una bella manciata di voti e per rinforzare il sempreverde clientelismo politico.

  4. perchè non dare ad ogni cittadino che ne faccia richiesta un metro quadro di pineta incendiata su cui piantare un albero e tenerlo pulito dalle erbace in estate innaffiarlo etc insomma curarlo in questo modo ci sarebbe sempre presenza di qualcuno e certa gente ci penserebbe due volte prima di appiccare fuochi naturalmente in forma volontaria sono sicuro che molte persone ne sarebbero entusiaste. Ma e dico ma visto che cosi non ci sarebbe modo di fare i soliti inciucci ho i miei dubbi che l amministrazione qualsiasi essa sia apoggi questa idea

    • Condivido in pieno questa idea che potrebbe essere estesa anche per la pulizia di boschi e sottoboshi. Molta gente sarebbe disposta ad aiutare nella pulizia, e in cambio gli si potrebbe dare perchè no un pò di legna ottenuta dalla pulizia stessa dei boschi .Avremmo così manodopera a costo zero,pulizia dei boschi, e proprie montagne, e vigilerebbe su di esse.

  5. Se si parla di rimboschimento i tempi di ripristino della copertura forestale sono senza dubbio quelli indicati da Gian Paolo Madau, però usando metodi agronomici i tempi possono essere notevolmente ridotti. Tuttavia la superficie è troppo ampia, e non servita da un’adeguata viabilità forestale, per poter pensare l’applicazione di tecniche intensive su tutta la superficie, anche per i costi che difficilmente sarebbero sostenibili. Tuttavia questo non impedisce di applicare sia tecniche forestali che agronomiche differenziandone e circoscrivendone l’applicazione di queste ultime a determinate aree: nelle parti più vicine all’abitato e ben servite dalle strade si potrebbero usare metodi di allevamento degli alberi che consentono accrescimenti più rapidi anche nelle specie autoctone(una maggiore attenzione e tempestività dei diradamenti e soprattutto l’irrigazione). Si potrebbero anche affidare delle aree ai cittadini o gruppi di cittadini che vogliono prendersene cura, tuttavia questo necessiterebbe di un coordinamento e di specifiche autorizzazioni e atti amministrativi (oltre che piantare può essere necessario anche tagliare degli alberi per motivi sanitari o altro). A G.P. Marcialis, vorrei evidenziare che nella nuova edizione di “Villacidro. Un Comune di Montagna”, di Giovanni De Francesco, da lui stesso curata, viene descritto molto bene l’impianto della pineta, e da nessuna parte si accenna all’irrigazione effettuata con le brocche: a mio parere questa è solo una visione poetica di G. Dessì, che comunque pone in risalto l’attenzione che veniva riposta dai Villacidresi nei confronti della pineta: si parla di 130.000 piante messe a dimora, in prevalenza, su costoni impervi, pertanto e solo credibile che al più sia stato versato qualche secchio d’acqua sporca in qualche pino vicino alle case, o forse, come gesto di devozione in prossimità della chiesa del Carmine, ma è poca roba rispetto al grande rimboschimento attuato con una tecnica strettamente forestale, che rimane ancora la migliore soluzione attuabile su ampie superfici (la gente faticava abbastanza per tutto ed in particolare per procurare l’acqua per le esigenze domestiche, figuriamoci se poteva permettersi di innaffiare il rimboschimento, solo fornendo dieci litri per pianta si sarebbero dovuti trasportare sul monte 13.0000 metri cubi d’acqua). Marcello ha toccato un punto molto critico che è quello della difesa fitopatologica: anche se non si hanno notizie di attacchi di processionaria nella nostra pineta, ho buoni motivi per ritenere che invece siano in atto attacchi da parte del Blastofago dei Pini (tomicus destruens) Questo insetto può portare a morte i pini in uno sola stagione, specialmente se si tratta di alberi vecchi o stressati. Ripeto, come già fatto in alcuni interventi, che, per salvaguardare i boschi, non bisogna concentrare l’attenzione solo sugli incendi, ma è necessario attuare seri programmi di gestione che contemplino tutte le problematiche riguardanti la vegetazione forestale e le funzioni che questa assolve: di difesa, paesaggistici, ricreativi e produttivi.

  6. Quanto scrive esattamente G. Dessì in paese d’ombre (“i bambini della scuola si assunsero l’impegno, dopo che i primi pini furono piantati attorno alla chiesetta del Carmelo, di innaffiarli ogni giorno.
    All’uscita di scuola si vedevano in fila indiana, con una brocchetta di terra, salire verso la chiesa, per innaffiare ciascuno il proprio pino.
    Ogni bambino se ne era scelto, ognuno aveva il suo e lo aiutava a crescere con quel po’ d’acqua…”) potrebbe rappresentare un’effettiva ricostruzione degli avvenimenti, che conferma come, per una porzione molto limitata di pineta, si siano adottati metodi di coltivazione intensivi. Se si riuscisse a saper quanti bambini frequentavano la scuola in quel periodo si potrebbe capire quanti pini e quale superficie godesse di particolari cure. L’acqua non era essenziale per la riuscita del rimboschimento, tant’è vero che non risultano essere stati irrigati i pini sul versante esposto al sud, molto più arido; e , comunque, il coinvolgimento delle scuole, è stato un grande momento di partecipazione sociale, a prescindere dall’influenza che questo ha avuto sulla riuscita dell’intero rimboschimento. In effetti si fecce esattamente quello che si potrebbe benissimo fare oggi affidando a dei cittadini la cura di un pezzo di pineta, ma per il resto dell’area interessata, molto più corposo, il volontariato riuscirebbe a fare ben poco. L’area è molto vasta e per la gestione complessiva richiede un buon coordinamento tecnico, che evidentemente, con grande maestria, l’Agronomo Pischedda, ha saputo attuare oltre 100 anni fa.

  7. è chiaro che il volontariato riuscirebbe a fare poco da solo e comunque la mia idea sarebbe sommersa dalla solita burocrazia che spegne ogni entusiasmo..Serviva solo per rendere i villacidresi partecipi in primis nella ricostruzione di un paradiso perduto.Sapete io ho 500 piantine tra lecci e pini che avrei voluto piantare a monte omu ma sono sicuro che se solo mi fossi azzardato a piantumare magari sarei stato multato o addirittura denunciato. Il vero primo limite al rimboschimento sarà come al solito la burocrazia.

  8. vi dico un altra cosa sapete che quando scoppia un incendio anche se arrivi in tempo non puoi intervenire sinchè non viene dato il via dalla protezione civile?sapete quanti roghi si sarebbero potuti estinguere prima che causassero danni ma non si è potuto intervenire perchè mancava il via? (molti Troppi).

  9. mi piace che i commenti che si stanno susseguendo portino proposte e nuove conoscenze a tutti. Credo che se davide e altri come lui, che magari non frequentano la rete, vogliono davvero mettere a disposizione il loro impegno e le loro idee per la nostra pineta, dobbiamo incontrarci non solo virtualmente.
    Io faccio parte di un gruppo che su questi temi ha già delle proposte, ma non uso il blog per farne pubblicità.
    Perchè non chiediamo a Villacidro.info di lanciare la proposta, sulla falsariga della bella esperienza fatta in piazza lavatoio con i quattro candidati a sindaco?
    Gigi a te la palla!

  10. gentilissimo sig. Giampaolo, scrivo da Fluminimaggiore e da alcuni anni mi sono appassionata nella conoscenza e nello studio del nostro splendido territorio. Con alcuni amici ci dedichiamo a lunghe e certe volte faticose passeggiate. Ho scoperto pochi giorni fa il vostro sito , sopratutto lo studio fatto sulla flora. Veramente interessante. Vorrei sapere se esiste anche il libro di queste spledide pagine.
    vi ringrazio e vi porgo i miei più cordiali saluti.
    Marina Sanna

  11. Non conosco la realtà specifica di Villacidro e dei suoi boschi, ma essendomi occupato per tanti anni di aree protette, di difesa del suolo e anche di protezione civile mi permetto di commentare anche io. Innanzi tutto apprezzo m olto la sensibilità di chi scrive su questi problemi perché dimostra una crescita complessiva che va a vantaggio di quei beni che vogliamo tutelare. Sono d’ accordo sul fatto che per i nostri boschi si faccia ben poco e quest’ anno é l’ anno europeo della foresta! Pensate che nel Piano di Sviluppo Rurale 2007-2011 ci sono solo due misure a sostegno dei nostri boschi ( una non é neppure sviluppata) e l’ altra, la mis. 122 ha messo in concorrenza i comuni con i privati, snaturando di fatto, lo spirito secondo la quale era stata pensata. Circa l’ intervento dell’ Ente Forete posso dire che trattandosi di un ente di eccellenza che in tutta Italia e non solo ci invidiano, dovremo pensare nella logica che ciò che amministra l’ Ente é di tutti i sardi e lo fa bene. Se poi, come dice qualcuno, sia affetto da clientelismo per manciate di voti, beh!! questo é un altro problema. Basta un semplice paragone tra i 220.000 ettari gestiti dall’ Ente Foreste e gli oltre 400.000 di proprietà di comuni e di privati, abbandonati come terra di nessuno, gravati da usi civici oggi anacronistici che andrebbero quantomeno rivisti,per capire che potenziare la “dotazione” dell’ Ente Foreste andrebbe a vantaggio di occupazione e di ambiente. E non costerebbe neppure tanto pensando che il suo budget annuale é pari al 3-4% di tutto il bilancio regionale. Vi pare che possano esserci dubbi tra lucidare le foglie o lucidare i bulloni di fabbriche decotte e perennemente assistite? Grazie

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.